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Mondo veterinario

Apr 2, 2026

Come i veterinari italiani potrebbero aggiungere nuove fonti di ricavo (senza vendere)

By NovaPet Research Team

Un ambulatorio veterinario medio in Italia fattura tra 150.000€ e 400.000€ l'anno. Sembra tanto finché non togli l'affitto, le attrezzature, i farmaci, il personale, le tasse. Quello che resta al titolare spesso è meno di quanto guadagna un dipendente in un'azienda tech.

E il modello di business non è cambiato in trent'anni.

Visita. Intervento. Esame. Vaccino. Ripeti.

 

Non è un articolo su come "monetizzare" i clienti. I veterinari odiano quella parola, e fanno bene. È un'esplorazione di modelli che funzionano altrove e che potrebbero funzionare qui, senza trasformare il medico in un venditore.

 

Il modello a abbonamento wellness

Negli Stati Uniti li chiamano "wellness plans." Non sono assicurazioni. Sono pacchetti annuali che il cliente paga mensilmente e che coprono le cure preventive: vaccinazioni, controlli periodici, pulizia dentale, esami del sangue di routine.

Funziona così: il cliente paga 30€ al mese. In cambio riceve un pacchetto di servizi preventivi che costerebbe 500€ se pagato singolarmente. L'ambulatorio incassa 360€ l'anno per cliente con certezza, il cliente risparmia e non rimanda i controlli.

Banfield, la più grande catena veterinaria americana (oltre 1.000 cliniche), ha costruito metà del suo fatturato su questo modello. In Italia non lo fa nessuno, o quasi.

Perché? Tre motivi.

  1. La cultura del "vado dal veterinario quando c'è un problema" è ancora dominante
  2. Gestire gli abbonamenti richiede software e amministrazione
  3. I veterinari temono che il cliente percepisca un vincolo

In realtà il terzo punto è il più debole. Le palestre funzionano con abbonamenti. I dentisti offrono piani di igiene annuale. Non è un concetto alieno.

 

Cosa dicono i numeri

Ho provato a fare due conti per un ambulatorio tipo con 800 clienti attivi.

Scenario Clienti nel piano Quota mensile Ricavo annuo aggiuntivo
Conservativo 80 (10%) 25€ 24.000€
Moderato 160 (20%) 30€ 57.600€
Ottimistico 240 (30%) 35€ 100.800€

Sono stime grezze. Il costo di erogazione dei servizi inclusi va sottratto. Ma anche nello scenario conservativo parliamo di ricavo aggiuntivo prevedibile, che è esattamente quello che manca alla maggior parte degli ambulatori.

Il punto chiave: prevedibilità. Un ambulatorio tradizionale non sa quanto fatturerà il mese prossimo. Un ambulatorio con 160 clienti in abbonamento sa che almeno 4.800€ arriveranno comunque.

 

Il modello "hub di servizi"

Questo è più ambizioso. L'idea è che l'ambulatorio diventi il punto di riferimento per tutto ciò che riguarda l'animale, non solo la medicina.

Nutrizione personalizzata. Comportamentalismo. Fisioterapia. Toelettatura professionale. Pensione. Non tutto fatto internamente, ovviamente. Ma coordinato dall'ambulatorio, che diventa il centro della rete.

Alcune cliniche veterinarie in UK e nei Paesi Bassi funzionano così. Il veterinario non vende shampoo. Il veterinario ha un accordo con un toelettatore professionista che lavora nello stesso spazio, paga un affitto, e i clienti trovano tutto in un posto.

Il veterinario guadagna dall'affitto dello spazio e dalla referenza. Non vende nulla. Facilita.

In realtà questo modello esiste già in embrione in alcune cliniche italiane più grandi. Il problema è che richiede spazi fisici, investimenti, gestione di più professionisti. Non è per tutti.

 

La telemedicina come moltiplicatore

Qui le cose si fanno interessanti.

Un veterinario può vedere fisicamente 15, forse 20 pazienti al giorno. Con la telemedicina può fare consulti brevi (triage, follow up post operatori, controllo parametri) senza che il cliente si sposti. Il tempo per consulto scende, il numero di interazioni sale, il cliente paga meno per singola consulenza ma il veterinario ne fa di più.

Non è teoria. In UK, Joii Pet Care ha costruito un modello interamente basato su videoconsulti veterinari a 28£ l'uno. I veterinari lavorano da casa, senza costi di struttura.

Il modello puro non funzionerebbe in Italia (la cultura del "toccare l'animale" è troppo forte). Ma un modello ibrido sì. Visita fisica per la diagnosi, follow up in video. Consulto rapido in video per decidere se vale la pena portare l'animale in clinica.

Alcuni veterinari italiani lo fanno già, informalmente, via WhatsApp. Gratis. Che è il peggior modello di business possibile: lavori, ma non fatturi.

 

Il nodo delle partnership

Arriviamo al tema delicato.

Le assicurazioni, le aziende di pet food, i produttori di farmaci: tutti vorrebbero "fare partnership" con i veterinari. La parola partnership è usata talmente tanto da aver perso significato.

Quello che la maggior parte delle aziende intende con "partnership" è: tu consigli il mio prodotto, io ti do una commissione. Che è vendita, non partnership.

Una partnership vera sarebbe diversa. Un'azienda che dice: "Noi portiamo clienti al tuo ambulatorio, tu offri il servizio, dividiamo il valore creato." Nessuno chiede al veterinario di vendere nulla. Il veterinario fa il veterinario. L'azienda fa il resto.

Questo modello esiste in altri settori. I dentisti convenzionati con i fondi sanitari non vendono il fondo ai pazienti. Il fondo porta i pazienti al dentista. Ognuno fa il suo lavoro.

Nel mondo veterinario italiano, questo tipo di partnership strutturata non esiste ancora. I pochi tentativi sono stati goffi, troppo commerciali, poco rispettosi dell'autonomia clinica.

 

Cosa non funzionerà mai

Vale la pena essere chiari su cosa i veterinari rifiuteranno sempre.

Vendere prodotti durante la visita. No. Il momento della visita è clinico, punto. Un veterinario che ti propone un'assicurazione mentre il tuo gatto è sul tavolo ha sbagliato tutto.

Diventare ambassador di brand. No. Il veterinario è un professionista sanitario. Non è un influencer.

Accettare commissioni nascoste. No. L'ordine professionale vieta i conflitti di interesse, e a ragione.

Qualsiasi modello di ricavo che compromette la fiducia del cliente è un modello morto in partenza. I veterinari lo sanno. Le aziende che vogliono lavorare con loro dovrebbero capirlo.

 

Il bivio generazionale

I veterinari sotto i 35 hanno un rapporto diverso con il business. Non perché siano più "commerciali." Perché sono più precari. Contratti a partita IVA, stipendi bassi, nessuna certezza. L'idea di costruire un ambulatorio con ricavi diversificati e prevedibili non li spaventa. Li attrae.

Un giovane veterinario di Padova mi ha detto: "Se potessi avere 200 clienti in un piano wellness e fare videoconsulti due mattine a settimana, lavorerei meglio e guadagnerei di più. Il problema è che nessuno mi ha mai spiegato come farlo."

Forse il tema non è convincere i veterinari. È dare loro gli strumenti.

 

Se gestisci un ambulatorio, quale modello ti interesserebbe? Scrivici, stiamo cercando di capire cosa funzionerebbe davvero nel contesto italiano.

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